Parole e politica

8 Novembre 2010

Gianrico Carofiglio

Un altra citazione classica. Questa volta la rubo (anzi la prendo in prestito: non si sa mai) da un brillante scrittore e magistrato quale Gianrico Carofiglio.

Per chi, come me, lo conosceva come giallista, ecco la piacevole sorpresa di un agile e piacevole saggio sull’uso proprio ed improprio delle parole e del linguaggio: “La manomissione delle Parole“. Ahimè con fin troppo divertimento mi sono accorto di quanto abbia ragione, cioè di quanto la politica apparentemente sciatta di questi anni, abbia fatto in realtà un uso accorto e “politico” appunto delle parole.

Spero nei prossimi giorni di ritornare, allargandolo al mondo del Web, su questo concetto dell’utilizzo manipolativo delle parole.

In questo momento però mi urgeva riportare questa bella (e di questi tempi appropriatissima) citazione di Platone ad opera di Carofiglio:

…Ora questi governanti che sono stati appena definiti “servitori delle leggi”, non li ho chiamati così per la novità di creare termini nuovi, ma perché sono convinto che sia soprattutto questo fatto a determinare la salvezza dello stato o il contrario.
In quello stato in cui la legge sia comandata e priva di autorità, in quel luogo vedo che la rovina è imminente: laddove invece detenga il potere assoluto sui governanti, e i governanti siano asserviti alla legge, intravedo la salvezza

(Platone “Le leggi” (LIBRO IV) - 46)

Non vi pare fin troppo attuale?

Dvd

Vero o Falso

1 Novembre 2010

(Nella foto David Foster Wallace)

Ancora sulla questione del  vero e del falso in Rete. Questa volta l’uscita è di Sergio Luzzato che su “Il Sole 24 Ore della Domenica” (31/10/2010, pag.30) ritorna con un lungo articolo sull’argomento dal titolo, “La Neo-Ignoranza è un Digital Divide”.

E la solita “querelle” nella quale si contrappone la conoscenza ottenuta dai libri alla conoscenza ottenibile in Rete. In Rete, secondo Luzzato, è praticamente impossibile ottenere informazioni certe e credibili perché troppe (ancora) sono le bufale che girano in Rete e troppo facile, persino per i professionisti dell’informazione quali sono i giornalisti, cadere in trappole ben architettate.

E’ vero. E’ possibilissimo trovare notizie inesatte o addirittura del tutto false in Rete. E indubbiamente chiunque dica, “Questo è vero perché l’ho trovato su Internet” dice chiaramente una fesseria.
La conclusione di Luzzato è che i giovani, nati nel era digitale, i cosiddetti “Nativi Digitali”, sono condannati ad una forma di conoscenza inferiore rispetto a chi ha potuto formarsi sui libri e che ancora adesso applica le metodologia “cartacea” della conoscenza.

E già, perché i libri dicono sempre il vero!!!  Dire questo – cioè che i libri dicano sempre il vero - è in realtà un atto di fede esattamente come dire che una cosa è certa perché l’abbiamo trovata su Wikipedia!
Possiamo certo dire che le pubblicazioni scientifiche e le pubblicazioni universitarie e scolastiche più serie (perché le pubblicazioni scolastiche ed universitarie non sono certo avare di sfondoni!) sono sottoposte a maggiori controlli. Le riviste scientifiche applicano metodi – tra i quali la ben nota “peer review” – che, in qualche modo, tendono a “certificare” ciò che pubblicano.

Ma questo non ci permette di dire che il sapere proveniente dalla carta è superiore a quello in Rete. Niente affatto! Tanto per cominciare, buona parte delle riviste scientifiche, per non parlare dei giornali, sono anche on-line! Quindi la Rete, in quanto contiene anche buona parte delle informazioni pubblicate su carta, permette maggiori possibilità di confronto e di controllo.

Sfruttare a pieno queste possibilità della Rete, ovvero di informazione e di controllo dell’informazione è tutt’altro che facile, lo sappiamo bene. Infatti potremmo, per esempio, leggere una stessa notizia da più giornali e blog online in modo da verificarne l’esattezza. Potremmo cercare nozioni scientifiche su più di un sito e verificando la provenienza e l’autorevolezza degli stessi. E potremmo verificare altrettanto bene anche le informazioni che ci arrivano da conoscenti e amici. Purtroppo, in realtà, sfruttiamo assai poco queste potenzialità della Rete. È molto più facile e molto meno faticoso accettare ciò che leggiamo semplicemente perché ci fidiamo o perché quello che abbiamo letto ci piace, ci soddisfa.

E allora è proprio qui il punto nodale. La nostra volontà di verificare. Va bene l’autorevolezza delle fonti che sicuramente crea una qualche gerarchia delle informazioni. Ma sta a noi, alla nostra capacità critica e alla (almeno minima) conoscenza del mezzo, dare alle informazioni una giusta collocazione.
Questa dovrebbe essere la ragione d’essere delle scuole e dell’Università. Insegnarci a pensare. A pensare con la propria testa. Questo più d’ogni altra cosa.

Poveri noi. Se speriamo che sia il sistema Scolastico e Universitario italiano a dotare le nuove generazioni di vera capacità critica, mi sa che stiamo freschi! Le mie recenti (e non brevi) esperienze di docenza universitaria e la tristissima cronaca di questi mesi mi inducono al pessimismo.

Perché non sono le nozioni e nemmeno, tutto sommato, “il metodo” (per chi si diletta un po’ in epistemologia o vuole soltanto capire meglio, consiglio di dare un’occhiata a Feyerabend e al suo “Contro il Metodo” per smetterla una volta per tutte con le menate dell’obiettività scientifica)

E’ la nostra volontà ciò che conta. La volontà di sottoporre ad un vaglio critico ciò che ci viene detto. Di non accettare mai nulla per certo e per definitivo. E non perché si debba avere necessariamente fede in una verità universale. Possiamo e dobbiamo accontentarci delle verità che noi uomini siamo in grado di raggiungere  Ecco che “l’unico criterio di “verità” per un discorso è l’universalità: un discorso diventa vero se è condiviso ed è utile alla maggioranza della gente. Se non è possibile elaborare un discorso oggettivamente vero, è possibile formularne uno che rispecchi i punti di vista della maggioranza, che comprenda il più possibile le opinioni particolare. In questo senso l’uomo, unico “metro” della verità, è “misura di tutte le cose”. Ragazzi, questo è Protagora (V secolo A.C) a dirlo, non io! C’è già in questa frase la realtà della scienza moderna e dell democrazia.

Certo sta a noi individui – e qui è il buon vecchio Socrate a parlare – cercare di fare del nostro meglio per raggiungere la verità e farla conoscere ai nostri simili. Quindi è la ricerca della verità il nostro più ambizioso obiettivo: a patto che appunto siamo consapevoli che non si tratterà mai di una verità assoluta e oggettiva, ma di quello che onestamente pensiamo possa avvicinarsi il più possibile ad essa.

Per far questo dobbiamo allenarci ad usare il pensiero critico e a non dare per scontato il mondo che ci circonda. E a questo proposito mi permetto un’ultima citazione dall’ultimo libro di David Foster Wallace, “Questa è L’Acqua” (ottimamente consigliatomi dall’amico Lorenzo Fanti!) che nell’ultimo breve saggio del libro fa una splendida lezione sul significato di “saper pensare” e comincia così «Due giovani pesci nuotano insieme. Incontrano un pesce più vecchio che nuota in direzione opposta. “Buongiorno ragazzi, com’è oggi l’acqua?”, fa il vecchio. I due continuano a nuotare per un po’, perplessi. Poi uno dei due dice: “E che diavolo è l’acqua?”».
(Una bella, piccola recensione al libro di David Foster Wallace)

Dvd

You’re not a gadget 2

30 Ottobre 2010

Jaron Lanier

Continuo a esprimere qualche riflessione basata sulla lettura del libro di Jaron Lanier, “Tu non sei un Gadget” - Per una discussione ampia sul libro vedi la recensione di Gianni Riotta e il dibattito che ne segue.
Per un commento dal mondo del marketing, secondo me interessante, vedi anche “marketingarena

E veniamo alla riflessione, questa volta relativa ai rapporti tra politica e Web.
Dopo Obama, “il presidente eletto grazie a Facebook” anche nella tardiva politica italiana i media digitali diventano di moda.  E non vi è dubbio che se ne possa fare un uso abbastanza intelligente  soprattutto in termini di strumento di comunicazione e diffusione delle iniziative. Ci sono alcuni raggruppamenti come  l’Italia dei Valori (e poi il Popolo Viola) che ne hanno fatto i loro strumenti principali di comunicazione e persino di organizzazione – anche qui abbiamo una bella tesi di Noemi Diamantini del gennaio scorso, “Politica 2.0: Nuova Frontiera o Illusione?”.

Ma la maggior parte dei politici che si fanno il sito Internet, vanno su Face Book e magari si dotano anche di un account twitter lo fanno sostanzialmente perché “così fan tutti”.  Percepiscono più o meno vagamente che tali strumenti costituiscono un’arma in più per farsi conoscere, un altoparlante la cui gestione viene di solito affidata all’ufficio stampa di turno. Ben raramente, nella politica italiana, l’utilizzo degli strumenti del Web 2.0 viene pensato in termini di conversazione, di “scambio” reale tra pari (quali in realtà siamo o dovremmo essere in Rete). Ne risulta perlopiù una comunicazione che aggiunge poco o nulla all’immagine pubblica del politico, priva del “calore umano”, il carburante necessario a muovere efficacemente la comunicazione 2.0.

Ci riescono di più i politici più giovani. E soprattutto sui social network che questa diversità d’impostazione salta agli occhi. Ed è anche abbastanza ovvio: chi ha cominciato ad utilizzare personalmente questi strumenti ne comprende molto meglio le regole di utilizzo.

Tra questi non possiamo non citare il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che è forse è stato uno dei primi e dei migliori – tra i politici italiani – utilizzatori di Face Book, grazie ad un approccio molto personale e, diciamo così, “alla mano”. D’altro canto il giovane sindaco fiorentino si dimostra decisamente versato nell’arte della comunicazione: lo dimostrano le tante uscite televisive nei vari “talk show” dove riceve copiosi inviti, evidentemente perché si presta bene al mezzo televisivo. E anche le sue invenzioni lessicali, come la “rottamazione” dei vecchi politici, hanno un ottenuto un ottimo successo di pubblico di sinistra (e non) stanco dei rarefatti dibattiti e dalla scarsa azione della “vecchia” sinistra.

Ma torniamo ai media digitali: se è vero che il loro miglior utilizzo è nello “scambio” ovvero nella conversazione, sembrerebbero fatti apposta per dare nuova linfa alle richieste di maggiore partecipazione da parte dei cittadini alla vita politica. Ma non è proprio così facile inventare nuovi canali di partecipazione politica rispettosi di alcuni principi base della democrazia, ovvero: pari opportunità, trasparenza ed efficacia  dei meccanismi di controllo.

Proprio il sindaco di Firenze ci offre un ottimo esempio di tentata innovazione partecipativa con tanto di utilizzo di media digitali, che però non tiene affatto conto dei principi sopra citati.
Mi riferisco a quello che è successo di recente, appunto, a Firenze alla fine settembre con l’iniziativa “100 Piazze” .  Quasi 8.000 persone  si sono riunite contemporaneamente in locali, situati in diverse zone della città, attrezzati di schermi e collegamenti per scambiarsi fisicamente e virtualmente (grazie ovviamente a Internet) idee sul futuro della città. Si trattava di incontri dove, ognuno poteva esprimere le proprie idee sui problemi e sul futuro del proprio quartiere e della città. E a onor del vero non sono mancate le buone idee, così come le critiche e anche qualche solenne fesseria.

Ma qui ciò che conta – nell’utilizzo cioè dei media digitali per accrescere la partecipazione - non sono i contenuti,  ma il metodo! La democrazia è innanzitutto una questione di principi che devono essere tradotti in un metodo condiviso.
Episodi di “partecipazione” senza garanzie del rispetto dei principi di cui abbiamo detto sopra, corrono il rischio di essere solo un annuncio ad effetto che ingenera illusioni o, peggio, percorsi  che possono portare assai lontano dalla vera democrazia partecipativa!

A proposito delle “100 Piazze” (e vale per tutti i casi simili), basta porsi qualche domanda. Con quale sistema (ovvero in che ordine) gli interventi vengono immessi in rete? Come verranno trattate le idee espresse? Chi se ne farà garante? Con quali graduatorie? E chi e come stabilisce queste graduatorie? E i rappresentanti dei cittadini eletti nei Consigli comunali che ci stanno a fare? E i quartieri? E che rappresentatività hanno queste ottomila persone convocate quella sera (in fondo, per quanto piccina, Firenze conta circa 400 mila abitanti)?

Indubbiamente piace a tutti pensare che sia possibile una democrazia più diretta e più partecipativa grazie proprio alle tecnologie. E ci piace anche pensare alla possibile eliminazione di quelle strutture (e sovrastrutture) amministrative e burocratiche (e, conseguentemente, dei personaggi che le abitano) che non producono decisioni ne attività efficaci e che invece costano alla collettività.
Ma qui, per ora, siamo piuttosto nel terreno dell’anti politica senza programmi veri e senza metodi condivisi, ma con delle semplici uscite ad effetto.

La Democrazia - lo ricordo - è prima di tutto una questione di metodo. Altrimenti si corre verso nuovi tipi di regimi assembleari (che tipicamente sorgono nei periodi di malcontento) dai quali, generalmente, nascono nuovi capi o capetti assai poco versati nel dibattito democratico e poco interessati fare una politica di veri contenuti.
La politica che invece si annuncia nell’era della “superficialità” (quella dei Nuovi Barbari di Barrico), è quella dove a decidere le Leadership, invece della forza delle idee, saranno le capacità di vendita (come ha già ampiamente dimostrato il marketing berlusconiano) dei gadget politici. E noi, proprio come paventa il buon Lanier, corriamo il rischio di diventare, a nostra volta, sempre più dei semplici gadget …
Dvd

YOU’RE NOT A GADGET

11 Ottobre 2010

Molti di noi, ormai vivono buona parte della propria vita di relazione online, e questo capita non solo ai più giovani , i cosiddetti “native digitals”, ma ormai anche a buona parte di quelli, come me, nati ben prima della rivoluzione informatica.

Eppure il dubbio se Internet costituisca sempre e comunque un progresso o se non sia piuttosto, almeno in parte, uno strumento poco affidabile quando non anche un veicolo di “bufale”, non è scomparso. Anzi: la domanda serpeggia anche tra gli entusiasti della prima ora.

Se vogliamo porla in termini un po’ più ragionati, la domanda potrebbe essere posta nei seguenti termini: “l’enorme e crescente volume d’informazioni e di relazioni condivise online – ovvero quel fenomeno che oggi viene un po’ sbrigativamente etichettato come ‘Web 2.0’ –rappresenta un vero salto di qualità nella diffusione del sapere e nelle possibilità di sviluppo intellettuale della società o corre invece il rischio di impoverire le capacità e le esperienze dei singoli?”

E’ un dubbio che fino a poco tempo fa risolvevo con grande sicurezza avendo toccato con mano l’enorme utilità della Rete. Bastava pensare all’aiuto che mi dava ogni qual volta mi trovavo ad affrontare termini, realtà e concetti poco o per niente conosciuti. Non c’era solo Wikipedia, ma tutta Internet mi veniva in soccorso con le schiere dei suoi numerosi e volenterosi “abitanti” (dall’azzeccato titolo del libro di Sergio Maistrello) e ne ho sempre tratto vantaggio. Imprecisioni o superficialità ovviamente ne ho trovate, ma poche rispetto alle tante informazioni e al tanto materiale, spesso di buon livello.

Del resto anche io, per diversi anni, come direttore responsabile di un portale di dimensioni medio-grandi, mi sono confrontato seriamente con l’impegno di fornire informazioni corrette ed esaurienti.

Oggi però non sono più tanto sicuro.

L’ultima occasione, in ordine di tempo, per affrontare l’argomento mi è stata offerta dall’articolo “Attenti è una Libertà che Illude” uscito il 26 settembre su “Il Sole 24 Ore della Domenica” (pag. 2), dedicato all’uscita italiana dell’ultimo libro di Jaron Lanier (http://it.wikipedia.org/wiki/Jaron_Lanier) , “Tu non sei un Gadget”.

Il dibattito in realtà era già stato innescato, in Italia, dalla recensione di Gianni Riotta (direttore de “Il Sole”) per l’uscita americana del libro e i vari post che potrete vedere dopo il pezzo di Riotta danno una buona idea delle tante e diverse opinioni sul tema.

In estremissima sintesi, i pareri vanno dall’apprezzamento più entusiastico dei vantaggi che Internet ha portato alla diffusione delle informazioni e della conoscenza, alla preoccupazione che si tratti di un sapere, quello diffuso da Internet, poco “controllato” e a rischio di imprecisioni. Per alcuni, poi, è proprio la modalità di raccolta delle informazioni e delle nozioni che non va bene in quanto non fa apprezzare a sufficienza l’importanza delle nozioni e della “sana” fatica per estrapolarle dai testi o apprenderle dalle persone che ne sono depositarie.

Posta in questi termini la questione rimane a livello superficiale. E’ ovvio che Wikipedia e tutte le pagine Web che offrono briciole di sapere, rappresentano comunque un avanzamento nel senso che facilitano comunque la diffusione dei “Bit”, dei mattoni d’informazione. Altrettanto ovvio che ci vogliono forti avvertenze per un utilizzo della Rete che sia consapevole dei possibili errori e delle superficialità insite in un mezzo ad accesso indifferenziato.

In un mondo perfetto, nel quale le persone si preoccupassero di inserire nella Rete solo informazioni sicure e controllate, il problema non sussisterebbe. Così come non sussisterebbe, in un mondo perfetto, il problema dei libri per gli studenti che costano troppo e vanno “rinnovati” ogni anno per sostenere un editoria un po’ parassitaria e un sistema scolastico incapace di innovazione.

Guarda caso il mondo non è perfetto. E i coltelli che sono degli utensili di grandissima utilità, possono anche essere usati per fare del male! Pressoché tutte le tecnologie possono avere effetti positivi o negativi in base all’utilizzo che ne facciamo.

E non basta, se vogliamo andare un po’ più a fondo ci accorgiamo che “la tecnologia non viaggia senza bagaglio” (questa è una citazione di un intellettuale arabo del quale ahimè non mi ricordo il nome). La tecnologia, cioè, non è mai del tutto neutrale. Tanto meno nel mondo dell’informatica, dove le scelte di sviluppo – il libro di Lanier ne rende ampia testimonianza parlando per esempio dell’effetto “lock in” – non sempre sono le migliori possibili, anzi. Vincoli economici, commerciali, politici e persino psicologici hanno condizionano pesantemente ogni decisione riguardante le direzioni di sviluppo e di adozione del software. E ovviamente Internet non è certo esente da questo peccato originale. Non si può quindi pretendere che la Rete sia perfetta, ma neanche demonizzarla in assoluto.

Del resto, lo stesso Lanier, ha un posizione perlomeno articolata sugli effetti benefici e su quelli negativi della rete digitale. Per Lanier (che ricordiamo è uno dei padri della realtà virtuale e uno degli estimatori della prima ora di Internet) tutte le tecnologie che modificano la nostra percezione del mondo andrebbero studiate ed esaminate prima di essere adottate universalmente. Invocazione alla quale non possiamo non unirci e non solo per le scelte nel mondo digitale, ma per tutte le scelte tecnologiche che influenzano le nostre vite.

Ma il mondo, appunto, e meno che mai perfetto quando si tratta di condividere scelte così importanti che hanno da sempre a che fare con il potere e il denaro.

Proprio una delle ultime tesi da me seguite, quella di Mattia Marasco, “Wikiculture. La Cultura che Cambierà il mondo”, passa in rassegna le posizioni che sostengono stia nascendo una vera e propria “Intelligenza Collettiva” della Rete (l’autore di riferimento è ancora il Pierre Levy di “Cybercultura”). E questa permetterà non solo l’allargamento delle conoscenze dell’individuo, ma anche le possibilità di approfondimento perché il sapere sarà sempre più condiviso.

Credo che ciò sia in parte vero, che siamo cioè alle soglie che di un periodo di profonda trasformazione e che le possibilità – attenzione: “le possibilità”! - di apprendimento e condivisione dell’informazione (nel senso generale del termine) stiano crescendo esponenzialmente. Ma non è così per le capacità di comprensione ed elaborazione da parte della mente di noi poveri singoli individui. Forse “la condivisione” aprirà attraverso altre porte nuovi modi di apprendimento che ancora non c’immaginiamo. Ma siamo ahimè ancora nel campo della Fantascienza.

Qui ed ora abbiamo bisogno di un migliore sistema educativo che sappia usare i nuovi mezzi di comunicazione con competenza e freschezza e che, soprattutto, ne sappia insegnare l’uso critico e consapevole.

Ma è proprio questo che non piace alla politica. Maggiore capacità critica e maggiore consapevolezza sono, da sempre, nemici del potere. O almeno di quel tipo di potere che non ama la trasparenza e la compartecipazione (quella sostanziale) alle decisioni. Quel potere che preferisce chiamarsi innovatore perché inventa gadget costosissimi come le lavagne digitali, prima di pensare ad utilizzare al meglio ciò che è già a disposizione di tutti. Come, per esempio, ha fatto l’Istituto Tecnico Industriale e Scientifico Tecnologico Maiorana con l’ormai famosa iniziativa dei libri scritti, in rete, dai professori e stampati on demand a scuola. http://www.guadagnorisparmiando.com/curiosita/caro-libri-eccezionale-iniziativa-a-brindisi/

(per vedere nel dettaglio l’iniziativa: http://www.bookinprogress.it/)

Daniele

Facebook, tesi ed esami …

13 Febbraio 2010

Inaugurata già da qualche giorno, la nuova pagina Facebook del corso di Teorie e Tecniche dei Nuovi Media (che comincia – ripetiamolo – lunedì 15/2/2010) e ha già molti frequentatori e diversi post – grazie a Paolo e Luca, attivissimi coautori del corso insieme ad Alessio!

Naturalmente in piena attività anche il nuovo Blog dei Nuovi Media (annunciato nel post prec) mentre il vecchio Blog “di servizio” (Blogdistudio) continua a fare il suo lavoro…

Passando alla sessione tesi appena terminata, ottimo risultato per la tesi di Noemi Diamantini, “Politica 2.0 …” (della quale abbiamo parlato nel post precedente), discussa il 10/2/2010. Ben 6 punti e i complimenti del Presidente di Commissione! Chi fosse interessato a visionarla, può lasciare un commento a questo post.

Mediamente buoni anche i risultati degli esami degli esami del 11/2.
Una piccola preoccupazione a margine degli esami: possibile che tra gli studenti di Scienze Politiche che probabilmente intendono laurearsi nell’indirizzo di Media e Giornalismo, vi sia ancora chi non ha opinione personale sul ruolo di Internet nella società contemporanea ?

Speriamo bene, ma sono sempre più convinto che fin dalla scuola dell’obbligo dovrebbero essere previsti dei corsi sull’ “Uso (consapevole) dei Media” …

Bye

Dvd

Buone Nuove e buone tesi

7 Febbraio 2010

Buone Nuove e buone tesi

Intanto le tesi, anzi per ora “la” tesi di Noemi Diamantini “Politica 2.0: nuova frontiera o illusione? la situazione italiana e il caso IdV” che si discuterà il 10 febbraio 2010.

Non è la prima volta che affrontiamo l’argomento “politica online”, già l’anno scorso con la tesi di Marta Mariotti sulle primarie del PD fiorentino, avevamo parlato del rapporto tra i politici e la rete, focalizzandoci però sul mondo Facebook (allora in grande auge, con l’elezione di Obama).

Questa volta però, la tesi cerca di fare una buona panoramica della politica italiana online, ampliando l’analisi alle attività in rete di pressoché tutti i partiti. La focalizzazione, poi, come annuncia il titolo, è sull’IdV che effettivamente sembra essere uno dei raggruppamenti più  all’avanguardia nel dialogo online con i propri elettori. Un lavoro interessante che merita anche l’interesse dei professionisti della comunicazione politica.

Chi è interessato potrà chiedere il Pdf della tesi semplicemente tramite un commento a questo post.

Quanto al corso di Teorie e Tecniche dei Nuovi Media edizione 2010 - che inizia il 15 di febbraio - grandi novità: quest’anno tre nuovi baldi e giovani “aiutanti” troverete tutti i dettagli sul Blogdistudio e naturalmente sul nuovo Blog degli “aiutanti” , Nuovi Media Unifi

A presto con nuove buone tesi in arrivo!

Daniele

Kebuono!

7 Giugno 2009

Finalmente: dopo un paio di mesi (forse anche di più) di lavoro  -soprattutto di Flavio e di Maurizio - ce l’abbiamo fatta: www.kebuono.com è online!

Per ora un esperimento e ancora non sappiamo proprio bene la sua direzione: certamente sarà un’associazione, e tra pochi giorni pubblicheremo lo statuto e promuoveremo richieste di associazione, e sarà certamente un luogo per organizzare incontri conviviali e scambiarsi ricette, ma nelle nostre (vaghe) speranze credo vorrebbe essere qualcosa di più. Per esempio, potrebbe essere un posto dove scambiarsi anche idee e concetti di cultura alimentare.

Oggi parlare di cucina sembra sia diventato di moda, e certamente i grandi media (TV e giornali) hanno contribuito non poco con le passerelle-spettacolo dei vari cheff veri e improvvisati e con trasmissioni più o meno reality e più o meno trash.  Nello stesso tempo, però, la crisi economica sta facendo del titolo “spesa e alimentazione” un argomento di preoccupato interesse. Ed anche, qui davvero per fortuna, la cucina “sana” è un altro elemento che sta diventando di attualità.

Credo però che oggi siamo di fronte a qualcosa non legato alla semplice moda, bensì proprio al paniere della spesa, e ben profondamente alla crisi economica che stiamo burrascosamente attraversando.

Una crisi che sta mettendo sotto accusa il modello di sviluppo cosiddetto “vincente” e che ha anche nella produzione e nel commercio agricolo mondiale uno dei fattori maligni che ne minano alle basi la salubrità.

Ci sono già stati diversi campanelli d’allarme e da diverse parti, ormai da anni, si grida allo scandalo per le inique ripartizioni e distribuzioni di produzione e ricchezza a livello mondiale in campo alimentare. Ma è soprattutto il nostro modello di consumo a creare il danno: compriamo senza conoscere e capire e tanto meno preoccuparci delle conseguenze: individuali e collettive.

Jeremy Rifkin già nel 2001 aveva lanciato il suo pamphlet: “Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne” nel quale denunciava le multinazionali del Hamburger quali artefici di disastri ecologici e socio economici nei Paesi in Via di Sviluppo nonché di pessima effetti sulla nostra alimentazioni.

Oggi il disastro dell’industria alimentare è sempre più evidente e per fortuna ci vengono sempre più spesso riportate anche dagli organi di informazione più accorti (vedi le efficaci trasmissioni della Gabbanelli su Reporter),

Ma se proprio avessimo bisogno di avere la realtà spiattellata davanti agli occhi, ecco un bellissimo modo di capirla “dall’alto” (capirete il perché delle virgolette quando avrete visto di che si tratta). Per chi non lo avesse visto in anteprima televisiva la notte di venerdì 5 (in seconda serata ovviamente!) ecco il canale Youtube del film “HOME” http://www.youtube.com/homeproject.

Ne consiglio la visione anche ai più scettici: perlomeno avranno visto uno splendido atto d’amore per il nostro pianeta.

Dvd

Un Patto per il Software Libero

7 Giugno 2009

Tux la mascotte di LinuxL’ASSOLI (Associazione per il Software Libero è un’associazione senza scopo di lucro che ha come obiettivi principali la diffusione del software libero in Italia ed una corretta informazione sull’argomento ) e l’ ILS (Italian Linux Society è un’associazione senza fine di lucro che promuove e sostiene iniziative e progetti in favore della diffusione di GNU/Linux e del software libero in Italia, con lo scopo di divulgare la cultura informatica nel nostro paese ) in vista delle prossime elezioni si sono fatti promotori di una la campagna  denominata “Caro Candidato” per sensibilizzare i politici ad occuparsi di software libero e libertà digitali.

Ai candidati alle prossime elezioni si chiede di sottoscrivere il “Patto sul Software libero” considerato come un bene comune da proteggere e sviluppare. I candidati devono dichiarare di essere consapevoli che

  • Il Software Libero e le attività di chi lo sviluppa ed utilizza assumono un ruolo chiave nell’era digitale: contribuiscono alla realizzazione delle libertà fondamentali, alla condivisione della conoscenza ed alla riduzione del «divario digitale». Inoltre, il Software Libero è un bene per tutti i cittadini; è uno strumento per rafforzare l’economia, la competitività e l’indipendenza tecnologica dell’Italia e dell’Europa.
  • Il Software Libero è un bene comune, da proteggere e sviluppare. La sua esistenza si basa sul diritto degli autori di rilasciare il loro software congiuntamente al codice sorgente, e sul diritto garantito a chiunque di usarlo, copiarlo, adattarlo e ridistribuirlo, nella sua forma originale o modificata.

Con l’adesione al patto i candidati si impegnano a

  • incoraggiare con i mezzi istituzionali a loro disposizione le amministrazioni ed i servizi pubblici all’utilizzo  e sviluppo di Software Libero e standard aperti ;
  • Supportare politiche attive a favore del Software Libero, ed opporsi ad ogni discriminazione nei confronti di questo;
  • Difendere i diritti degli autori e degli utenti di Software Libero, in particolare richiedendo la modifica di ogni norma che indebolisce tali diritti, ed opponendosi ad ogni iniziativa legislativa che avrebbe questo effetto.

Ma anche singoli cittadini possono far sentire la loro voce di adesione alle istanze del software libero e di richiesta ai candidati alle prossime elezioni ad esempio pubblicando sul loro blog o sito un Banner od un  link a www.carocandidato.org, dove viene organizzata la campagna.software libero Una diffusione dell’iniziativa si può avere parlandone sui blog personali. Obiettivo della campagna è che si inizi a parlare di software libero, non più in ambienti ristretti  ma coinvolgendo anche  amici, parenti, vicini di casa e con  un  contatto verso i candidati della propria circoscrizione e chiedendogli di aderire.

Tutte le informazioni sono reperibile sul sito: http://www.carocandidato.org

Un Master per il Patrimonio Culturale

1 Maggio 2009

Già da qualche anno la Facoltà di Scienze Politiche di Firenze offre un Master per la comunicazione del patrimonio culturale. Da qualche settimana è nato il Blog del Master: www.benicom.it dove si possono trovare tutte le informazioni relative necessarie.

Quest’anno il master presenterà diverse novità molto interessanti sia per gli studenti privati sia per quelli provenienti dai settori della Pubblica Amministrazione (le novità però non sono ancora ufficiali, quindi lasciamo agli autori del Master il piacere di annunciarle).

Quello che qui mi preme segnalare sia agli studenti che frequentano le mie lezioni sia ai lettori che è proprio nella capacità di comunicare il patrimonio che si gioca una delle più importanti partite del nostro “bel Paese”.

Come ho avuto occasione di rilevare in alcuni recenti incontri, pare che in questi ultimi mesi si siano tutti - responsabili politici a tutti i livelli, associazioni di categoria, amministratori del suddetto patrimonio, ecc. ecc. - svegliati per accorrere al capezzale del nostro malaticcio turismo italico.

E nelle varie ricette proposte la “valorizzazione del patrimonio culturale” è sempre presente e quasi sempre al primo posto tra le terapie considerate necessarie. Per fortuna quasi tutti si accorgono anche degli altri non pochi ne piccoli difettucci di cui il nostro “sistema Paese” soffre e che qui evito di ri-elencare per la banalità dell’elenco e per non annoiare quindi che mi legge.

Difettucci che però gravano come macigni sia sulla vita dei residenti sia sulla competitività turistica del Paese. Quindi “valorizzare il patrimonio” significa anche cercare di sollevare un po’ dei macigni che stanno schiacciando noi e il nostro patrimonio.

Detto questo si può, anzi si deve anche dire che la comunicazione può anche, almeno in parte, cercare di ovviare ai difetti di cui sopra. Evidentemente non dico che possa eliminarli e tanto meno nasconderli.

Ma la “buona comunicazione”, quella professionale, fatta con la consapevolezza dei limiti e con l’utilizzo delle buone regole del marketing,  svolta con l’ausilio di tutte le più moderne tecniche e con il coraggio di innovare, la “buona comunicazione” può fare molto.

E lo può fare (anzi lo deve fare) senza “sprecare i soldi e le risorse” come ahimè è stato fatto e viene ancora oggi fatto in innumerevoli rivoli e rivoletti (che messi insieme diventano un mare).  E anche qui non voglio annoiare con elenchi - ma che questa volta sarebbero un po’ meno banali perché potremmo fare anche indicazioni molto, molto precise.

Intendo dire che la “cattiva comunicazione” che in buona parte fino ad oggi ha imperato nella proposizione di questo nostro Paese ha fatto dei veri e propri danni. Troppo spesso la leggerezza ha imperato (ed impera) nelle stanze della Pubblica Amministrazione nello spendere il nome del nostro Paese e del nostro Patrimonio.

Ritornerò spesso e volentieri su questo argomento (portando anche esempi e rilevando le inapproprietezze e cercando le - ahimè poche - buone pratiche).

Bye

Dvd

Copyright, copie e diritti

16 Aprile 2009


Ancora commenti interessanti quelli di Hal sulle problematiche del diritto d’autore o - se accogliamo la (corretta) traduzione letterale di copyright - del “diritto di copia”. Eppure si, copiare (= scaricare sul proprio pc) senza autorizzazione, riproduzioni digitali coperte dal “diritto di autore” è illegale. Che poi si tratti propriamente di un reato va visto in base alla fattispecie, come direbbe un avvocato. Ed in effetti la legge dovrebbe seguire, già nella sua applicazione, le evidenze morale: una cosa è l’illecito compiuto da un ragazzino che si scarica un po’ (magari anche centinaia) di brani in Mp3 tra l’altro quasi sempre di scarsa qualità; ben altra cosa l’utilizzo commerciale non autorizzato delle riproduzioni digitali: questa si che è pirateria senza dubbio e senza appello.

Il problema è in realtà molto più complesso di queste semplici battute ed attiene anche ai sacrosanti diritti di che crea un’opera d’arte e ne vuole in qualche modo proteggere la paternità (ma Platone o Aristotele che leggiamo da 2.000 anni hanno mai pensato a proteggere le loro opere?) ed agli interessi invece, ben più discutibili, delle industrie e dei commercianti che sono dietro (accanto e anche davanti) alla produzione, distribuzione e vendita delle cosiddette “opere d’arte” della musica … A questi si aggiungono le società che proteggono (così dicono) i diritti d’autore e le associazioni stesse dei produttori/distributori.

Insomma una gran bella confusione, e anche se per fortuna ci sono i “digital store” di musica che intanto ci permettono di bypassare una bella fetta di “disvalore aggiunto” delle catene distributive.

Il problema va visto ovviamente nella sua interezza, considerando infatti anche le “cangianti” posizione degli stessi autori (quando sono sconosciuti va benissimo la creative commons, se gli autori diventano però noti e “vendibili” le posizioni spesso cambiano…).

La cosa interessante (si vedano in proposito le tesi di Giacomo Biasci e di Emy Di Nardi della scorsa sessione vedi anche www.blogdistudio.splinder.com), grazie alla distribuzione (legale o meno) della musica, aumenta l’importanza e la partecipazione alla Musica dal vivo (anche qui con degli importanti distinguo: ci ritorneremo sopra a breve, grazie ad altre tesi in arrivo) e soprattutto alla musica autoprodotta e alla musica di vera qualità. Su quest’ultima, quasi sempre non si discute …

Confido intanto in e-mule e nella saggezza dei giovani (e della storia) …

Bye

Dvd
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