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Vero o Falso

Lunedì, 1 Novembre 2010

(Nella foto David Foster Wallace)

Ancora sulla questione del  vero e del falso in Rete. Questa volta l’uscita è di Sergio Luzzato che su “Il Sole 24 Ore della Domenica” (31/10/2010, pag.30) ritorna con un lungo articolo sull’argomento dal titolo, “La Neo-Ignoranza è un Digital Divide”.

E la solita “querelle” nella quale si contrappone la conoscenza ottenuta dai libri alla conoscenza ottenibile in Rete. In Rete, secondo Luzzato, è praticamente impossibile ottenere informazioni certe e credibili perché troppe (ancora) sono le bufale che girano in Rete e troppo facile, persino per i professionisti dell’informazione quali sono i giornalisti, cadere in trappole ben architettate.

E’ vero. E’ possibilissimo trovare notizie inesatte o addirittura del tutto false in Rete. E indubbiamente chiunque dica, “Questo è vero perché l’ho trovato su Internet” dice chiaramente una fesseria.
La conclusione di Luzzato è che i giovani, nati nel era digitale, i cosiddetti “Nativi Digitali”, sono condannati ad una forma di conoscenza inferiore rispetto a chi ha potuto formarsi sui libri e che ancora adesso applica le metodologia “cartacea” della conoscenza.

E già, perché i libri dicono sempre il vero!!!  Dire questo – cioè che i libri dicano sempre il vero - è in realtà un atto di fede esattamente come dire che una cosa è certa perché l’abbiamo trovata su Wikipedia!
Possiamo certo dire che le pubblicazioni scientifiche e le pubblicazioni universitarie e scolastiche più serie (perché le pubblicazioni scolastiche ed universitarie non sono certo avare di sfondoni!) sono sottoposte a maggiori controlli. Le riviste scientifiche applicano metodi – tra i quali la ben nota “peer review” – che, in qualche modo, tendono a “certificare” ciò che pubblicano.

Ma questo non ci permette di dire che il sapere proveniente dalla carta è superiore a quello in Rete. Niente affatto! Tanto per cominciare, buona parte delle riviste scientifiche, per non parlare dei giornali, sono anche on-line! Quindi la Rete, in quanto contiene anche buona parte delle informazioni pubblicate su carta, permette maggiori possibilità di confronto e di controllo.

Sfruttare a pieno queste possibilità della Rete, ovvero di informazione e di controllo dell’informazione è tutt’altro che facile, lo sappiamo bene. Infatti potremmo, per esempio, leggere una stessa notizia da più giornali e blog online in modo da verificarne l’esattezza. Potremmo cercare nozioni scientifiche su più di un sito e verificando la provenienza e l’autorevolezza degli stessi. E potremmo verificare altrettanto bene anche le informazioni che ci arrivano da conoscenti e amici. Purtroppo, in realtà, sfruttiamo assai poco queste potenzialità della Rete. È molto più facile e molto meno faticoso accettare ciò che leggiamo semplicemente perché ci fidiamo o perché quello che abbiamo letto ci piace, ci soddisfa.

E allora è proprio qui il punto nodale. La nostra volontà di verificare. Va bene l’autorevolezza delle fonti che sicuramente crea una qualche gerarchia delle informazioni. Ma sta a noi, alla nostra capacità critica e alla (almeno minima) conoscenza del mezzo, dare alle informazioni una giusta collocazione.
Questa dovrebbe essere la ragione d’essere delle scuole e dell’Università. Insegnarci a pensare. A pensare con la propria testa. Questo più d’ogni altra cosa.

Poveri noi. Se speriamo che sia il sistema Scolastico e Universitario italiano a dotare le nuove generazioni di vera capacità critica, mi sa che stiamo freschi! Le mie recenti (e non brevi) esperienze di docenza universitaria e la tristissima cronaca di questi mesi mi inducono al pessimismo.

Perché non sono le nozioni e nemmeno, tutto sommato, “il metodo” (per chi si diletta un po’ in epistemologia o vuole soltanto capire meglio, consiglio di dare un’occhiata a Feyerabend e al suo “Contro il Metodo” per smetterla una volta per tutte con le menate dell’obiettività scientifica)

E’ la nostra volontà ciò che conta. La volontà di sottoporre ad un vaglio critico ciò che ci viene detto. Di non accettare mai nulla per certo e per definitivo. E non perché si debba avere necessariamente fede in una verità universale. Possiamo e dobbiamo accontentarci delle verità che noi uomini siamo in grado di raggiungere  Ecco che “l’unico criterio di “verità” per un discorso è l’universalità: un discorso diventa vero se è condiviso ed è utile alla maggioranza della gente. Se non è possibile elaborare un discorso oggettivamente vero, è possibile formularne uno che rispecchi i punti di vista della maggioranza, che comprenda il più possibile le opinioni particolare. In questo senso l’uomo, unico “metro” della verità, è “misura di tutte le cose”. Ragazzi, questo è Protagora (V secolo A.C) a dirlo, non io! C’è già in questa frase la realtà della scienza moderna e dell democrazia.

Certo sta a noi individui – e qui è il buon vecchio Socrate a parlare – cercare di fare del nostro meglio per raggiungere la verità e farla conoscere ai nostri simili. Quindi è la ricerca della verità il nostro più ambizioso obiettivo: a patto che appunto siamo consapevoli che non si tratterà mai di una verità assoluta e oggettiva, ma di quello che onestamente pensiamo possa avvicinarsi il più possibile ad essa.

Per far questo dobbiamo allenarci ad usare il pensiero critico e a non dare per scontato il mondo che ci circonda. E a questo proposito mi permetto un’ultima citazione dall’ultimo libro di David Foster Wallace, “Questa è L’Acqua” (ottimamente consigliatomi dall’amico Lorenzo Fanti!) che nell’ultimo breve saggio del libro fa una splendida lezione sul significato di “saper pensare” e comincia così «Due giovani pesci nuotano insieme. Incontrano un pesce più vecchio che nuota in direzione opposta. “Buongiorno ragazzi, com’è oggi l’acqua?”, fa il vecchio. I due continuano a nuotare per un po’, perplessi. Poi uno dei due dice: “E che diavolo è l’acqua?”».
(Una bella, piccola recensione al libro di David Foster Wallace)

Dvd

You’re not a gadget 2

Sabato, 30 Ottobre 2010

Jaron Lanier

Continuo a esprimere qualche riflessione basata sulla lettura del libro di Jaron Lanier, “Tu non sei un Gadget” - Per una discussione ampia sul libro vedi la recensione di Gianni Riotta e il dibattito che ne segue.
Per un commento dal mondo del marketing, secondo me interessante, vedi anche “marketingarena

E veniamo alla riflessione, questa volta relativa ai rapporti tra politica e Web.
Dopo Obama, “il presidente eletto grazie a Facebook” anche nella tardiva politica italiana i media digitali diventano di moda.  E non vi è dubbio che se ne possa fare un uso abbastanza intelligente  soprattutto in termini di strumento di comunicazione e diffusione delle iniziative. Ci sono alcuni raggruppamenti come  l’Italia dei Valori (e poi il Popolo Viola) che ne hanno fatto i loro strumenti principali di comunicazione e persino di organizzazione – anche qui abbiamo una bella tesi di Noemi Diamantini del gennaio scorso, “Politica 2.0: Nuova Frontiera o Illusione?”.

Ma la maggior parte dei politici che si fanno il sito Internet, vanno su Face Book e magari si dotano anche di un account twitter lo fanno sostanzialmente perché “così fan tutti”.  Percepiscono più o meno vagamente che tali strumenti costituiscono un’arma in più per farsi conoscere, un altoparlante la cui gestione viene di solito affidata all’ufficio stampa di turno. Ben raramente, nella politica italiana, l’utilizzo degli strumenti del Web 2.0 viene pensato in termini di conversazione, di “scambio” reale tra pari (quali in realtà siamo o dovremmo essere in Rete). Ne risulta perlopiù una comunicazione che aggiunge poco o nulla all’immagine pubblica del politico, priva del “calore umano”, il carburante necessario a muovere efficacemente la comunicazione 2.0.

Ci riescono di più i politici più giovani. E soprattutto sui social network che questa diversità d’impostazione salta agli occhi. Ed è anche abbastanza ovvio: chi ha cominciato ad utilizzare personalmente questi strumenti ne comprende molto meglio le regole di utilizzo.

Tra questi non possiamo non citare il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che è forse è stato uno dei primi e dei migliori – tra i politici italiani – utilizzatori di Face Book, grazie ad un approccio molto personale e, diciamo così, “alla mano”. D’altro canto il giovane sindaco fiorentino si dimostra decisamente versato nell’arte della comunicazione: lo dimostrano le tante uscite televisive nei vari “talk show” dove riceve copiosi inviti, evidentemente perché si presta bene al mezzo televisivo. E anche le sue invenzioni lessicali, come la “rottamazione” dei vecchi politici, hanno un ottenuto un ottimo successo di pubblico di sinistra (e non) stanco dei rarefatti dibattiti e dalla scarsa azione della “vecchia” sinistra.

Ma torniamo ai media digitali: se è vero che il loro miglior utilizzo è nello “scambio” ovvero nella conversazione, sembrerebbero fatti apposta per dare nuova linfa alle richieste di maggiore partecipazione da parte dei cittadini alla vita politica. Ma non è proprio così facile inventare nuovi canali di partecipazione politica rispettosi di alcuni principi base della democrazia, ovvero: pari opportunità, trasparenza ed efficacia  dei meccanismi di controllo.

Proprio il sindaco di Firenze ci offre un ottimo esempio di tentata innovazione partecipativa con tanto di utilizzo di media digitali, che però non tiene affatto conto dei principi sopra citati.
Mi riferisco a quello che è successo di recente, appunto, a Firenze alla fine settembre con l’iniziativa “100 Piazze” .  Quasi 8.000 persone  si sono riunite contemporaneamente in locali, situati in diverse zone della città, attrezzati di schermi e collegamenti per scambiarsi fisicamente e virtualmente (grazie ovviamente a Internet) idee sul futuro della città. Si trattava di incontri dove, ognuno poteva esprimere le proprie idee sui problemi e sul futuro del proprio quartiere e della città. E a onor del vero non sono mancate le buone idee, così come le critiche e anche qualche solenne fesseria.

Ma qui ciò che conta – nell’utilizzo cioè dei media digitali per accrescere la partecipazione - non sono i contenuti,  ma il metodo! La democrazia è innanzitutto una questione di principi che devono essere tradotti in un metodo condiviso.
Episodi di “partecipazione” senza garanzie del rispetto dei principi di cui abbiamo detto sopra, corrono il rischio di essere solo un annuncio ad effetto che ingenera illusioni o, peggio, percorsi  che possono portare assai lontano dalla vera democrazia partecipativa!

A proposito delle “100 Piazze” (e vale per tutti i casi simili), basta porsi qualche domanda. Con quale sistema (ovvero in che ordine) gli interventi vengono immessi in rete? Come verranno trattate le idee espresse? Chi se ne farà garante? Con quali graduatorie? E chi e come stabilisce queste graduatorie? E i rappresentanti dei cittadini eletti nei Consigli comunali che ci stanno a fare? E i quartieri? E che rappresentatività hanno queste ottomila persone convocate quella sera (in fondo, per quanto piccina, Firenze conta circa 400 mila abitanti)?

Indubbiamente piace a tutti pensare che sia possibile una democrazia più diretta e più partecipativa grazie proprio alle tecnologie. E ci piace anche pensare alla possibile eliminazione di quelle strutture (e sovrastrutture) amministrative e burocratiche (e, conseguentemente, dei personaggi che le abitano) che non producono decisioni ne attività efficaci e che invece costano alla collettività.
Ma qui, per ora, siamo piuttosto nel terreno dell’anti politica senza programmi veri e senza metodi condivisi, ma con delle semplici uscite ad effetto.

La Democrazia - lo ricordo - è prima di tutto una questione di metodo. Altrimenti si corre verso nuovi tipi di regimi assembleari (che tipicamente sorgono nei periodi di malcontento) dai quali, generalmente, nascono nuovi capi o capetti assai poco versati nel dibattito democratico e poco interessati fare una politica di veri contenuti.
La politica che invece si annuncia nell’era della “superficialità” (quella dei Nuovi Barbari di Barrico), è quella dove a decidere le Leadership, invece della forza delle idee, saranno le capacità di vendita (come ha già ampiamente dimostrato il marketing berlusconiano) dei gadget politici. E noi, proprio come paventa il buon Lanier, corriamo il rischio di diventare, a nostra volta, sempre più dei semplici gadget …
Dvd

YOU’RE NOT A GADGET

Lunedì, 11 Ottobre 2010

Molti di noi, ormai vivono buona parte della propria vita di relazione online, e questo capita non solo ai più giovani , i cosiddetti “native digitals”, ma ormai anche a buona parte di quelli, come me, nati ben prima della rivoluzione informatica.

Eppure il dubbio se Internet costituisca sempre e comunque un progresso o se non sia piuttosto, almeno in parte, uno strumento poco affidabile quando non anche un veicolo di “bufale”, non è scomparso. Anzi: la domanda serpeggia anche tra gli entusiasti della prima ora.

Se vogliamo porla in termini un po’ più ragionati, la domanda potrebbe essere posta nei seguenti termini: “l’enorme e crescente volume d’informazioni e di relazioni condivise online – ovvero quel fenomeno che oggi viene un po’ sbrigativamente etichettato come ‘Web 2.0’ –rappresenta un vero salto di qualità nella diffusione del sapere e nelle possibilità di sviluppo intellettuale della società o corre invece il rischio di impoverire le capacità e le esperienze dei singoli?”

E’ un dubbio che fino a poco tempo fa risolvevo con grande sicurezza avendo toccato con mano l’enorme utilità della Rete. Bastava pensare all’aiuto che mi dava ogni qual volta mi trovavo ad affrontare termini, realtà e concetti poco o per niente conosciuti. Non c’era solo Wikipedia, ma tutta Internet mi veniva in soccorso con le schiere dei suoi numerosi e volenterosi “abitanti” (dall’azzeccato titolo del libro di Sergio Maistrello) e ne ho sempre tratto vantaggio. Imprecisioni o superficialità ovviamente ne ho trovate, ma poche rispetto alle tante informazioni e al tanto materiale, spesso di buon livello.

Del resto anche io, per diversi anni, come direttore responsabile di un portale di dimensioni medio-grandi, mi sono confrontato seriamente con l’impegno di fornire informazioni corrette ed esaurienti.

Oggi però non sono più tanto sicuro.

L’ultima occasione, in ordine di tempo, per affrontare l’argomento mi è stata offerta dall’articolo “Attenti è una Libertà che Illude” uscito il 26 settembre su “Il Sole 24 Ore della Domenica” (pag. 2), dedicato all’uscita italiana dell’ultimo libro di Jaron Lanier (http://it.wikipedia.org/wiki/Jaron_Lanier) , “Tu non sei un Gadget”.

Il dibattito in realtà era già stato innescato, in Italia, dalla recensione di Gianni Riotta (direttore de “Il Sole”) per l’uscita americana del libro e i vari post che potrete vedere dopo il pezzo di Riotta danno una buona idea delle tante e diverse opinioni sul tema.

In estremissima sintesi, i pareri vanno dall’apprezzamento più entusiastico dei vantaggi che Internet ha portato alla diffusione delle informazioni e della conoscenza, alla preoccupazione che si tratti di un sapere, quello diffuso da Internet, poco “controllato” e a rischio di imprecisioni. Per alcuni, poi, è proprio la modalità di raccolta delle informazioni e delle nozioni che non va bene in quanto non fa apprezzare a sufficienza l’importanza delle nozioni e della “sana” fatica per estrapolarle dai testi o apprenderle dalle persone che ne sono depositarie.

Posta in questi termini la questione rimane a livello superficiale. E’ ovvio che Wikipedia e tutte le pagine Web che offrono briciole di sapere, rappresentano comunque un avanzamento nel senso che facilitano comunque la diffusione dei “Bit”, dei mattoni d’informazione. Altrettanto ovvio che ci vogliono forti avvertenze per un utilizzo della Rete che sia consapevole dei possibili errori e delle superficialità insite in un mezzo ad accesso indifferenziato.

In un mondo perfetto, nel quale le persone si preoccupassero di inserire nella Rete solo informazioni sicure e controllate, il problema non sussisterebbe. Così come non sussisterebbe, in un mondo perfetto, il problema dei libri per gli studenti che costano troppo e vanno “rinnovati” ogni anno per sostenere un editoria un po’ parassitaria e un sistema scolastico incapace di innovazione.

Guarda caso il mondo non è perfetto. E i coltelli che sono degli utensili di grandissima utilità, possono anche essere usati per fare del male! Pressoché tutte le tecnologie possono avere effetti positivi o negativi in base all’utilizzo che ne facciamo.

E non basta, se vogliamo andare un po’ più a fondo ci accorgiamo che “la tecnologia non viaggia senza bagaglio” (questa è una citazione di un intellettuale arabo del quale ahimè non mi ricordo il nome). La tecnologia, cioè, non è mai del tutto neutrale. Tanto meno nel mondo dell’informatica, dove le scelte di sviluppo – il libro di Lanier ne rende ampia testimonianza parlando per esempio dell’effetto “lock in” – non sempre sono le migliori possibili, anzi. Vincoli economici, commerciali, politici e persino psicologici hanno condizionano pesantemente ogni decisione riguardante le direzioni di sviluppo e di adozione del software. E ovviamente Internet non è certo esente da questo peccato originale. Non si può quindi pretendere che la Rete sia perfetta, ma neanche demonizzarla in assoluto.

Del resto, lo stesso Lanier, ha un posizione perlomeno articolata sugli effetti benefici e su quelli negativi della rete digitale. Per Lanier (che ricordiamo è uno dei padri della realtà virtuale e uno degli estimatori della prima ora di Internet) tutte le tecnologie che modificano la nostra percezione del mondo andrebbero studiate ed esaminate prima di essere adottate universalmente. Invocazione alla quale non possiamo non unirci e non solo per le scelte nel mondo digitale, ma per tutte le scelte tecnologiche che influenzano le nostre vite.

Ma il mondo, appunto, e meno che mai perfetto quando si tratta di condividere scelte così importanti che hanno da sempre a che fare con il potere e il denaro.

Proprio una delle ultime tesi da me seguite, quella di Mattia Marasco, “Wikiculture. La Cultura che Cambierà il mondo”, passa in rassegna le posizioni che sostengono stia nascendo una vera e propria “Intelligenza Collettiva” della Rete (l’autore di riferimento è ancora il Pierre Levy di “Cybercultura”). E questa permetterà non solo l’allargamento delle conoscenze dell’individuo, ma anche le possibilità di approfondimento perché il sapere sarà sempre più condiviso.

Credo che ciò sia in parte vero, che siamo cioè alle soglie che di un periodo di profonda trasformazione e che le possibilità – attenzione: “le possibilità”! - di apprendimento e condivisione dell’informazione (nel senso generale del termine) stiano crescendo esponenzialmente. Ma non è così per le capacità di comprensione ed elaborazione da parte della mente di noi poveri singoli individui. Forse “la condivisione” aprirà attraverso altre porte nuovi modi di apprendimento che ancora non c’immaginiamo. Ma siamo ahimè ancora nel campo della Fantascienza.

Qui ed ora abbiamo bisogno di un migliore sistema educativo che sappia usare i nuovi mezzi di comunicazione con competenza e freschezza e che, soprattutto, ne sappia insegnare l’uso critico e consapevole.

Ma è proprio questo che non piace alla politica. Maggiore capacità critica e maggiore consapevolezza sono, da sempre, nemici del potere. O almeno di quel tipo di potere che non ama la trasparenza e la compartecipazione (quella sostanziale) alle decisioni. Quel potere che preferisce chiamarsi innovatore perché inventa gadget costosissimi come le lavagne digitali, prima di pensare ad utilizzare al meglio ciò che è già a disposizione di tutti. Come, per esempio, ha fatto l’Istituto Tecnico Industriale e Scientifico Tecnologico Maiorana con l’ormai famosa iniziativa dei libri scritti, in rete, dai professori e stampati on demand a scuola. http://www.guadagnorisparmiando.com/curiosita/caro-libri-eccezionale-iniziativa-a-brindisi/

(per vedere nel dettaglio l’iniziativa: http://www.bookinprogress.it/)

Daniele

“Voglio vivere così”: un po’ troppo facile “riposizionarsi così”…

Domenica, 5 Aprile 2009

Leggo sul Blog di Mirko Lalli (mi pare sia il responsabile marketing del portale www.intoscana.it) una serie di argomentazioni sulla campagnia della Regione Toscana.

Uno dei motivi alla base della peculiare creatività dello spot “Voglio vivere così” pare sia anche la ragione dominante della campagna: ovvero il “riposizionamento” dell’immagine della Toscana.

Beh questa è veramente un’impresa degna di nota!

Riposizionare in termini marketing significa proporsi per target di mercato diversi rispetto a quelli che fin’ora hanno “comprato” il prodotto. E questa campagna che parte con questo spot - anche se ne rappresenta solo una parte ne è pur sempre un simbolo - avrebbe intenzione di cambiare l’orientamento della domanda che si rivolge alla Toscana?

Certo gli strumenti del marketing conversazionale offerti dal web 2.0 sono potenti (nel tempo) ed è interessante e lodevole che li si voglia utilizzarli in maniera “strutturale”, ma mi sembra perlomeno ambizioso voler cambiare il “posizionamento” della Toscana in termini turistici.

Ma gli autori di questa campagna hanno interpellato - dico seriamente (e non con qualche avviso ai naviganti delle associazioni di categoria) gli operatori? E intendo sia gli operatori del territorio che quelli del web.

Hanno fatto delle serie indagini di mercato (anche con i tanti strumenti che il web offre)?

Si sono fatti domanda serie di strategia di mercato (un mercato che comunque muove qualcosa come 11 - 12 miliardi di € l’anno)?

E, se si sono dati delle risposte, con chi le hanno condivise?

Un primo, grande errore di questa campagna di promozione territoriale è che viene fatta quasi all’insaputa degli operatori e degli abitanti che, volente o nolente - come si sa bene delle campagne turistiche di successo - sono il volano principale del successo!

Spero che il seguito della campagna ci porti delle sostanziali novità in merito.

E spero, per il bene della nostra regione, che l’azione di “riposizionamento” non abbia troppo successo e non faccia allontanare il pubblico affezionato all’immagine classica della Toscana … ovviamente scherzo, ma si tratta di dubbi molto, molto seri che qui ho solo brevemente accennato e sui quali mi riprometto di tornare.

A presto con altre notizie (spero positive anzi lo saranno senz’altro)

Dvd

P.S.: a proposito qui lo spot di “Voglio Vivere così

Incontro di Formazione

Domenica, 5 Aprile 2009

Un incontro davvero interessante a Bagno a Ripoli (FI), lo scorso giovedì 2 aprile ‘09: si trattava del secondo appuntamento del progetto “Firenze le Colline” nella nuovissima ed ospitale sede della Blue Clinic . Presenti più di un centinaio (più di 120 secondo gli organizzatori) di operatori turistici dell’area, ovvero del circondario collinare fiorentino.

La serie degli incontri è intitolata “Su Internet parlano di voi: è l’ora di rispondere” e, mentre il primo incontro era dedicato all’artigianato, il secondo era dedicato all’area turistica.

Il progetto “Firenze le Colline“, il cui sito web è linkato anche in cima all’articolo, è un’iniziativa che ha alla guida il comune di Bagno a Ripoli e vede consorziati altri 16 comuni. L’intento è quello di supportare lo sviluppo locale, sia in termini turistici veri e propri, sia in termini di marketing territoriale allargato.

Dopo le introduzioni del Sindaco, Luciano Bartolini, e di Elena Farinelli (mia ex-collega in Citylife, ora attivissima web consultant e co-organizzatrice degli incontri di Bagno a Ripoli, nonché seguitissima autrice del Blog “ioamofirenze“) ho avuto il piacere di illustrare alcuni fatti e numeri dell’Italia in quanto Brand (marchio) Paese. Numeri sconcertanti che ci vedono nei primissimi posti nelle graduatorie della “awarness”, conoscenza del Paese e delle sue caratteristiche, ma anche purtroppo molto in basso nelle graduatorie europee e mondiali della competitività turistica (rispettivamente 21° e 28° posto).

E i risultati in termini economici si vedono … certo siamo nel pieno di una crisi economica senza precedenti (almeno nel recente passato) e ci sono Paesi ben blasonati che vanno anche peggio. Ciò non toglie che sono ormai diversi anni che scivoliamo senza più in basso nelle graduatorie dei Paesi attrattori di turismo. Le cause in verità le conosciamo bene. Ma quella fondamentale è la mancanza di una vera “cabina di regia” nazionale  (si veda in proposito il prossimo post sul 2° Forum della Comunicazione di Roma).

E’ di questi giorni la notizia che i musei italiani, in questi ultimi mesi, attirano meno visitatori (si veda il buon articolo riassuntivo sulla crisi dei musei di Stefano Miliani o quello di Mara Amorevoli sulla situazione dei musei fiorentini). Mentre il Louvre continua a macinare record…

Abbiamo detto una mancanza di coordinamento nazionale. Forse fin troppo facile denunciare uno stato di latitanza che perdura ormai da decenni. Le cause dicevamo sono tante, inutile qui, per ora, enumerarle tutte…

Ma - ed è la domanda che mi sono posto ed ho posto agli operatori convenuti all’incontro di Bagno a Ripoli - ci sono rimedi alla nostra portata?

Senza alcun dubbio ognuno di noi, nella sua piccola o grande sfera d’azione, ha un’arma fondamentale per combattere la crisi. Ed è la comunicazione. Una comunicazione che sia seria ed efficace. Magari fatta “insieme”. Insieme tra operatori, insieme alle amministrazioni pubbliche, quelle (poche per ora) che cercano di fare qualcosa e di porsi a capo del “risorgimento”.

E, tra gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione, il Web, soprattutto nelle sue forme più “conversazionali“, quelle che vanno sotto il nome di Web 2.0, è indubbiamente la più potente e con il miglior rapporto investimenti/ritorni (nell’intervento seguente al mio Elena Farinelli, ha illustrato gli elementi principali diu una seria attività di marketing conversazionale)

Cercherò di inserire la presentazione che ho illustrato nel incontro in un prossimo post. Intanto un’ultima considerazione: è vero il nostro è un Paese difficile, decisamente mal gestito e non ne faccio qui solo una questione politica, quanto una questione di cultura del territorio, complesso e pieno di problemi, per gli abitanti così come per i visitatori, ma è anche un Paese bellissimo. E questo, almeno questo, bisogna saperlo raccontare.

Ed è proprio su questa capacità (o incapacità) di “narrazione” che ci dobbiamo concentrare. Perché devo dire che anche le iniziative migliori delle nostre Pubbliche Amministrazioni Locali, prestano il fianco a diverse critiche. Rimando per esempio alla campagna della Regione Toscana “Voglio Vivere Così” il cui spot è stato materia di accesi dibattiti (uno per esempio su “ioamofirenze” linkato in alto dalla Home Page) anche nello stesso incontro l’argomento è stato oggetto di una vivace discussione.

E’ vero che lo spot non rappresenta l’intera campagna varata dalla regione ed è anche vero che la campagna è, almeno così ci fanno sapere, soprattutto basata sul web 2.0 nelle sue forme più evolute ed è anche vero che ci vuole un minimo di tempo prima che tali strumenti ottengano risultati; ma è anche vero che il coinvolgimento degli operatori è il primo, serio passo da compiere per qualunque campagna di marketing del territorio che voglia ottenere risultati seri. Qui non si tratta solo di sapere adottare tecniche di web marketing o di web 2.0, si tratta di basarsi innanzitutto sui fondamentali del marketing, quello serio, e di lavorare per il successo di tutti.

Un grazie a chiunque abbia avuto la capacità di leggere fino in fondo questo post, e un grazie al Comune di Bagno a Ripoli, agli operatori presenti in sala il 2 aprile scorso a Bagno a Ripoli: una presenza agguerita e preparata.

Dvd

Tre belle tesi

Sabato, 14 Febbraio 2009

Fatto! abbiamo discusso tre belle tesi dedicate al mondo della produzione culturale e ai suoi rapporti con la rete.

Due dedicate alla musica online e una al cinema.

“Il Mercato Musicale nell’era di Internet” di Giacomo Biasci.

“La Musica Indipendente nell’Era della Coda Lunga” di Emy De Nardi.

“Cinema 2.0: Promozione e Distribuzione Cinematografica ai Tempi del Web” di Federico Raddi.

La prima tratta soprattutto degli aspetti di mercato della musica principalmente “mainstream” (ma non solo) con particolare attenzione alle novità dei sistemi di distribuzione (online, offline) e al ritorno della “musica live”. E, soprattutto al nuovo modo di porsi nei confornti della musica dei consumatori finali. Per chiunque voglia avvicinarsi o approfondire il tema, un lavoro di notevole utilità (lo raccomando agli uomini marketing dell’industria musicale…).

La seconda si dedica, lo dice nel titolo, agli effetti della rete sulla musica indipendente. I riferimenti e le partenze sono ghiotte per gli appassionati di sociologia della cultura (ottime e illuminanti le citazioni di Adorno e di Debord) e forse ancor di più per chi cerchi di ricostruire un quadro “ragionato” del percorso (o dei percorsi) della musica alternativa. Quindi si parte da un punto di vista quasi opposto a quello della tesi di Giacomo. Ma le conclusioni sono soprendentemente simili: siamo in un nuovo mondo dove l’utente (più che il consumatore) dei prodotti culturali ha un potere rinnovato e dove la teoria della Coda Lunga di Chris Anderson - ampiamente citata anche nel lavoro di Giacomo - trova concretissime e lampanti conferme.

La tesi di Federico fa un buon lavoro di messa a punto delle definizioni e caratteri del Web 2.0. Quindi ne esamina le applicazioni e gli effetti nel mondo degli appassionati o anche solo consumatori dei prodotti cinematografici. e, ovviamente, cerca di capire le reazioni del mondo delle produzioni. Piuttosto diversificate , ma ancora un po’ deludenti, rispetto alle opportunità che si offrono. Interessante l’intervista al patron di Mymoovies e decisamente divertente (e interessantissima) l’interviata ai “Licaoni”, un gruppo di produzione cinematografica livornese.

Bene, per chi fosse interessato a leggere una o tutt’e tre le tesi, i PDF sono a disposizione (basta scrivere un commento al presente post).

Bye

Dvd

Primo Forum della Comunicazione

Domenica, 8 Giugno 2008

Galleria degli Uffizi28 e 29 maggio, nel ben risistemato e centralissimo “Spazio Etoile”  di piazza Inlucina (praticamente alle spalle di Montecitorio) si è svolto il primo Forum Nazionale della Comunicazione.

Organizzato dalla Facolta di Scienze della Comunicazione di Roma - Sapienza, con numerosi e qualificatissimi partners, il convegno aveva l’obiettivo, più o meno dichiarato (anzi spesso dichiarato), di fondare un appuntamento annuale sullo “stato dell’arte” nel campo della comunicazione. Un campo che di per se, per essere definito e circoscritto, richiederebbe ben più di un unico convegno.

Vi rimando al link per approfondire i contenuti dell’incontro, ma Il fatto che mi ha particolarmente colpito e che credo qui valga la pena sottolineare, è stato che buona parte degli incontri girava intorno alle innovazioni e alle possibilità di Internet e del Web (Web 2.0).

Devo sottolineare che in molti interventi c’era una certa approssimazione e superficialità  nell’affrontare il tema Web 2.0, ma il fatto stesso che se ne parlasse con tanta insistenza mi ha comunque favorevolmente colpito.

I pubblicitari, più di tutti, affermavano di aver ormai scoperto le potenzialità dei Nuovi Media e che sono intenzionati ad inserirli in tutti i loro progetti futuri di sviluppo. La mia impressione, però, è che - in Italia - il mondo della publicità e soprattutto dei venditori di pubblicità (piccole e grandi concessionarie) sia più che altro infastidito dall’arrivo dei Nuovi Media.

Chi conosce un po’ il mondo dei pubblicitari, e il mercato nel quale si muovono, sa o dovrebbe sapere, che esiste una sostanziale spartizione dei clienti con movimenti marginali e raramente importanti di quote di mercato.

Questo perché i venditori di pubblictà hanno paura a proporre novità ai loro clienti. E’ spesso hanno ragione perché gli acquirienti di pubblicità e comunicazione non hanno - nella grande maggioranza - grande voglia di comprendere più di tanto le implicazioni e le possibilità dei nuovi media.

Anche quando decidono d’impegnare un po’ di budget nell’area innovativa, pensano che si tratti di realizzare un bel sito vetrina “perlomeno è un bel biglietto da visita“! O magari di realizzare un video su Youtube.

Un esempio di come fare un passo sbagliato nella giusta direzione è il video realizzato per la mostra “Il Pane degli Angeli” aperta agli Uffizi nella scorso Marzo.

Qui vi posso allegare solo il link de  Il Pane degli Angeli perché i realizzatori hanno disattivato la possibilità d’inserire (embed) il video nei siti web o nei blog altrui. Ed è proprio qui l’errore!

La gran parte dei Bloggers o dei siti di raccolta video tende a preferire l’incorporamento del video nel proprio sito. Principalmente per arricchirlo di contenuti e comunque è la modalità più diffusa. Il risultato generale che un video che permette la possibilità di essere embedded ha una diffusione molto più rapida e ampia.

E’ un’applicazione nuova, semplice, ma efficacissima di “Viral Marketing“. Ovvero di passa-parola.

Ecco che una bella idea e una bella realizzazione (forse un po’ lunga) come quella del “Pane degli Angeli” ottiene risultati scarsi; credo per una semplice (e un pò superficiale) applicazione del Copyright…

Nei prossimi post cercherò di approfondire via, via alcuni concetti legati alla comunicazione innovativa, soprattutto al mondo della collaborzione e condivisione. A proposito, proprio dal sito di wikinomics, (forse uno dei luoghi più interessanti per studiare gli effetti dei sistemi collaborativi on-line), un link per un interessantissimo modo di studiare le modalità di diffusione dei Video on-line.

A presto.

dvd

 

 

Promozione online dei Beni Culturali

Martedì, 13 Maggio 2008

Il post precedente di Elena ha aperto il dibattito sulla promozione on-line dei beni culturali e ci ha dato una prima, interessante visione dal punto di vista del Web 2.0. Le indicazioni che ha fornito possono sembrare all’apparenza semplici, ma in realtà sottendono almeno due ambiti di problemi (che inizieremo ad affrontare nell’incontro del 15/5):
1) le competenze richieste, pur non essendo certo “esoteriche” richiedono un approccio diverso e nuovo all’attività di promozione tramite il web.
2) Istituzioni ed Enti deputati alla valorizzazione e promozione dei beni culturali hanno bisogno di abbracciare una nuova filosofia del “fare cultura”.

Partiamo dalle considerazione più semplici.
Proviamo, per esempio, a fare qualche banalissima ricerca su Google.com (la versione USA del motore di ricerca), ho scelto: “Michelangelo’s David”, - una delle icone più ovvie dell’arte e del patrimonio artistico del bel Paese - e ho trovato circa 611,000 risultati. Ovviamente non ci si può aspettare che in prima posizione ci sia un sito istituzionale italiano (perché no poi?) ed in effetti tutta la prima pagina è occupata da risorse Web non italiane, il primo degli Italiani è Tickitaly in undicesima posizione (un sito di vendita biglietti on-line). Ho provato a scorrere un bel po’ di risultati e ho trovato di tutto e di più come per esempio, all’83esima posizione, le versioni bizzarre del David fornite da www.freakingnews.com.
E purtroppo, di altri italiani, almeno fino a dove sono arrivato io (circa 90esima posizione), ce n’erano ben pochi (praticamente nessuno!).
Le cose vanno decisamente meglio su Google.it (la versione italiana) con la stringa di ricerca: David di Michelangelo con circa 629.000 risultati. E qui il Polo Museale Fiorentino (sito web ufficiale della Soprintendenza Speciale di Firenze) appare in undicesima posizione (seconda pagina). Non male tutto sommato, ma non certo una posizione di primato, se si considera l’abbondanza di materiale e, soprattutto, di competenze di cui potrebbe disporre la Soprintendenza.

In realtà, il sito del Polo Museale è di buon livello tecnico, ma è evidentemente frutto di un approccio decisamente non centrato sulla “persona” e meno che mai sulle potenzialità offerte dal Web.
Voglio subito dire che credo di capire, almeno in parte, le difficoltà di vario genere, a partire da quelle burocratiche, amministrative e normative, in cui si muovono le Soprintendenze (e in particolare quella fiorentina) e il risultato ottenuto è senz’altro ottimo rispetto al punto di partenza.

Il sito di cui stiamo parlando è d’impatto gradevole e offre informazioni e servizi (e finalmente anche la possibilità di prenotare on-line!) con una strutturazione adeguata alla complessità della materia. Ma la gradevolezza estetica e la corretta (per quanto ho potuto esaminare) organizzazione del materiale (rispetto ad alcuni parametri) non è quello, o almeno non lo è necessariamente, che la maggior parte delle persone (e in buona misura nemmeno i Motori di Ricerca) cercano nel Web.

Ciò che voglio dire è che non basta – anche se capisco benissimo la complessità dell’operazione – organizzare l’illustrazione della struttura e delle sue attività, il materiale documentale e didattico, la spiegazione e l’offerta dei servizi. Bisogna anche comprendere quali saranno i percorsi di ricerca, le provenienze di coloro che ricercano, i loro bisogni e le loro abitudini. Tanto per rimanere nell’esempio di Tripadvisor fornitoci dall’Elena le domande che lì si possono trovare sono a dir poco illuminanti. Le persone – soprattutto, ma non solo, quando provengono da mete distanti - si muovono su percorsi di acquisizione di conoscenza che i tecnici della materia possono non comprendere. Il sito del Polo Museale è il frutto di competenze di grande livello nel campo dei beni culturali e di bravi operatori del software (forse c’è anche lo zampino di qualcuno con competenze di architettura dell’informazione), ma non c’è una grande competenza di comunicazione e di comunicazione Web.

E qui arrivo al secondo punto: se diamo per scontato che occorrerebbero (anche) competenze di altro genere per promuovere i beni culturali on-line, la risposta alla domanda sul perché non si adottino tali competenze, risiede nel tipo di filosofia della promozione culturale che il nostro Paese complessivamente a livello istituzionale ancora adotta  (e a cascata per via normativa e culturale, anche gli Enti sottostanti).
Attenzione non sto predicando un rivolgimento iconoclasta del modo di fare cultura in Italia e meno mai l’adozione di una visione “scientista” per la quale dare un primato assoluto alle “scienze esatte”, disattendendo il retaggio e la missione più bella del nostro Paese.
Tutt’altro!
Quello che credo molto necessario, direi urgente, è di cominciare a (ri)pensare alla politica di promozione dei beni culturali, centrandola sulla “gente”, su cosa realmente desidera e su come realmente si muove. E se dovrà essere il “Web 2.0” o il “Marketing Virale”, l’occasione di questo ripensamento, ben venga!

Social media e musei

Lunedì, 5 Maggio 2008

Una volta c’erano i siti internet, poi è arrivato il web 2.0 con gli user generated contents (= i contenuti scritti dagli utenti). Ovvero la possibilità per chiunque di scrivere commenti, di aprire un blog, di porre domande nei forum, di caricare foto e video, di partecipare e condividere.
Il tutto in maniera semplice e intuitiva.

Sono nati i cosiddetti social networks: siti dove gli utenti interagiscono fra di loro, condividendo passioni o argomenti comuni e scambiandosi materiale di ogni tipo: foto, testi, video, news. E creando comunità virtuali di amicizie per parlare di ciò che appassiona o interessa.

Se prima queste azioni riguardavano soltanto aspetti ludici (per esempio su myspace o youtube) magari anche per conoscere amici, presto gli utenti hanno cominciato a sfruttare questi strumenti per fornire informazioni utili anche in altri settori, come ad esempio nel campo professionale. E le aziende stanno cominciando a dover monitorare quello che si dice online su di loro. Insomma qual’è la reputazione online.

E i musei? gli enti culturali?
Anch’essi sono soggetti di discussione, spesso a loro insaputa.
Se in passato gli operatori culturali si limitavano a curare il sito internet di un museo, aggiornandone gli eventi o gli orari, oggi si ritrovano a dover “controllare” su altri siti ciò che viene detto.

Penso a un sito ormai famoso come Tripadvisor, nato per le recensioni degli hotel e oggi strutturato per tante di quelle sezioni che a volte ci si perde persino! Ma credo che una lettura di ciò che i turisti dicono del Museo Stibbert o dell’Opera del Duomo possa essere illuminante… (qui trovate il link alle attrattive culturali di Firenze).