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Vero o Falso

Lunedì, 1 Novembre 2010

(Nella foto David Foster Wallace)

Ancora sulla questione del  vero e del falso in Rete. Questa volta l’uscita è di Sergio Luzzato che su “Il Sole 24 Ore della Domenica” (31/10/2010, pag.30) ritorna con un lungo articolo sull’argomento dal titolo, “La Neo-Ignoranza è un Digital Divide”.

E la solita “querelle” nella quale si contrappone la conoscenza ottenuta dai libri alla conoscenza ottenibile in Rete. In Rete, secondo Luzzato, è praticamente impossibile ottenere informazioni certe e credibili perché troppe (ancora) sono le bufale che girano in Rete e troppo facile, persino per i professionisti dell’informazione quali sono i giornalisti, cadere in trappole ben architettate.

E’ vero. E’ possibilissimo trovare notizie inesatte o addirittura del tutto false in Rete. E indubbiamente chiunque dica, “Questo è vero perché l’ho trovato su Internet” dice chiaramente una fesseria.
La conclusione di Luzzato è che i giovani, nati nel era digitale, i cosiddetti “Nativi Digitali”, sono condannati ad una forma di conoscenza inferiore rispetto a chi ha potuto formarsi sui libri e che ancora adesso applica le metodologia “cartacea” della conoscenza.

E già, perché i libri dicono sempre il vero!!!  Dire questo – cioè che i libri dicano sempre il vero - è in realtà un atto di fede esattamente come dire che una cosa è certa perché l’abbiamo trovata su Wikipedia!
Possiamo certo dire che le pubblicazioni scientifiche e le pubblicazioni universitarie e scolastiche più serie (perché le pubblicazioni scolastiche ed universitarie non sono certo avare di sfondoni!) sono sottoposte a maggiori controlli. Le riviste scientifiche applicano metodi – tra i quali la ben nota “peer review” – che, in qualche modo, tendono a “certificare” ciò che pubblicano.

Ma questo non ci permette di dire che il sapere proveniente dalla carta è superiore a quello in Rete. Niente affatto! Tanto per cominciare, buona parte delle riviste scientifiche, per non parlare dei giornali, sono anche on-line! Quindi la Rete, in quanto contiene anche buona parte delle informazioni pubblicate su carta, permette maggiori possibilità di confronto e di controllo.

Sfruttare a pieno queste possibilità della Rete, ovvero di informazione e di controllo dell’informazione è tutt’altro che facile, lo sappiamo bene. Infatti potremmo, per esempio, leggere una stessa notizia da più giornali e blog online in modo da verificarne l’esattezza. Potremmo cercare nozioni scientifiche su più di un sito e verificando la provenienza e l’autorevolezza degli stessi. E potremmo verificare altrettanto bene anche le informazioni che ci arrivano da conoscenti e amici. Purtroppo, in realtà, sfruttiamo assai poco queste potenzialità della Rete. È molto più facile e molto meno faticoso accettare ciò che leggiamo semplicemente perché ci fidiamo o perché quello che abbiamo letto ci piace, ci soddisfa.

E allora è proprio qui il punto nodale. La nostra volontà di verificare. Va bene l’autorevolezza delle fonti che sicuramente crea una qualche gerarchia delle informazioni. Ma sta a noi, alla nostra capacità critica e alla (almeno minima) conoscenza del mezzo, dare alle informazioni una giusta collocazione.
Questa dovrebbe essere la ragione d’essere delle scuole e dell’Università. Insegnarci a pensare. A pensare con la propria testa. Questo più d’ogni altra cosa.

Poveri noi. Se speriamo che sia il sistema Scolastico e Universitario italiano a dotare le nuove generazioni di vera capacità critica, mi sa che stiamo freschi! Le mie recenti (e non brevi) esperienze di docenza universitaria e la tristissima cronaca di questi mesi mi inducono al pessimismo.

Perché non sono le nozioni e nemmeno, tutto sommato, “il metodo” (per chi si diletta un po’ in epistemologia o vuole soltanto capire meglio, consiglio di dare un’occhiata a Feyerabend e al suo “Contro il Metodo” per smetterla una volta per tutte con le menate dell’obiettività scientifica)

E’ la nostra volontà ciò che conta. La volontà di sottoporre ad un vaglio critico ciò che ci viene detto. Di non accettare mai nulla per certo e per definitivo. E non perché si debba avere necessariamente fede in una verità universale. Possiamo e dobbiamo accontentarci delle verità che noi uomini siamo in grado di raggiungere  Ecco che “l’unico criterio di “verità” per un discorso è l’universalità: un discorso diventa vero se è condiviso ed è utile alla maggioranza della gente. Se non è possibile elaborare un discorso oggettivamente vero, è possibile formularne uno che rispecchi i punti di vista della maggioranza, che comprenda il più possibile le opinioni particolare. In questo senso l’uomo, unico “metro” della verità, è “misura di tutte le cose”. Ragazzi, questo è Protagora (V secolo A.C) a dirlo, non io! C’è già in questa frase la realtà della scienza moderna e dell democrazia.

Certo sta a noi individui – e qui è il buon vecchio Socrate a parlare – cercare di fare del nostro meglio per raggiungere la verità e farla conoscere ai nostri simili. Quindi è la ricerca della verità il nostro più ambizioso obiettivo: a patto che appunto siamo consapevoli che non si tratterà mai di una verità assoluta e oggettiva, ma di quello che onestamente pensiamo possa avvicinarsi il più possibile ad essa.

Per far questo dobbiamo allenarci ad usare il pensiero critico e a non dare per scontato il mondo che ci circonda. E a questo proposito mi permetto un’ultima citazione dall’ultimo libro di David Foster Wallace, “Questa è L’Acqua” (ottimamente consigliatomi dall’amico Lorenzo Fanti!) che nell’ultimo breve saggio del libro fa una splendida lezione sul significato di “saper pensare” e comincia così «Due giovani pesci nuotano insieme. Incontrano un pesce più vecchio che nuota in direzione opposta. “Buongiorno ragazzi, com’è oggi l’acqua?”, fa il vecchio. I due continuano a nuotare per un po’, perplessi. Poi uno dei due dice: “E che diavolo è l’acqua?”».
(Una bella, piccola recensione al libro di David Foster Wallace)

Dvd