You’re not a gadget 2
Sabato, 30 Ottobre 2010
Continuo a esprimere qualche riflessione basata sulla lettura del libro di Jaron Lanier, “Tu non sei un Gadget” - Per una discussione ampia sul libro vedi la recensione di Gianni Riotta e il dibattito che ne segue.
Per un commento dal mondo del marketing, secondo me interessante, vedi anche “marketingarena“
E veniamo alla riflessione, questa volta relativa ai rapporti tra politica e Web.
Dopo Obama, “il presidente eletto grazie a Facebook” anche nella tardiva politica italiana i media digitali diventano di moda. E non vi è dubbio che se ne possa fare un uso abbastanza intelligente soprattutto in termini di strumento di comunicazione e diffusione delle iniziative. Ci sono alcuni raggruppamenti come l’Italia dei Valori (e poi il Popolo Viola) che ne hanno fatto i loro strumenti principali di comunicazione e persino di organizzazione – anche qui abbiamo una bella tesi di Noemi Diamantini del gennaio scorso, “Politica 2.0: Nuova Frontiera o Illusione?”.
Ma la maggior parte dei politici che si fanno il sito Internet, vanno su Face Book e magari si dotano anche di un account twitter lo fanno sostanzialmente perché “così fan tutti”. Percepiscono più o meno vagamente che tali strumenti costituiscono un’arma in più per farsi conoscere, un altoparlante la cui gestione viene di solito affidata all’ufficio stampa di turno. Ben raramente, nella politica italiana, l’utilizzo degli strumenti del Web 2.0 viene pensato in termini di conversazione, di “scambio” reale tra pari (quali in realtà siamo o dovremmo essere in Rete). Ne risulta perlopiù una comunicazione che aggiunge poco o nulla all’immagine pubblica del politico, priva del “calore umano”, il carburante necessario a muovere efficacemente la comunicazione 2.0.
Ci riescono di più i politici più giovani. E soprattutto sui social network che questa diversità d’impostazione salta agli occhi. Ed è anche abbastanza ovvio: chi ha cominciato ad utilizzare personalmente questi strumenti ne comprende molto meglio le regole di utilizzo.
Tra questi non possiamo non citare il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che è forse è stato uno dei primi e dei migliori – tra i politici italiani – utilizzatori di Face Book, grazie ad un approccio molto personale e, diciamo così, “alla mano”. D’altro canto il giovane sindaco fiorentino si dimostra decisamente versato nell’arte della comunicazione: lo dimostrano le tante uscite televisive nei vari “talk show” dove riceve copiosi inviti, evidentemente perché si presta bene al mezzo televisivo. E anche le sue invenzioni lessicali, come la “rottamazione” dei vecchi politici, hanno un ottenuto un ottimo successo di pubblico di sinistra (e non) stanco dei rarefatti dibattiti e dalla scarsa azione della “vecchia” sinistra.
Ma torniamo ai media digitali: se è vero che il loro miglior utilizzo è nello “scambio” ovvero nella conversazione, sembrerebbero fatti apposta per dare nuova linfa alle richieste di maggiore partecipazione da parte dei cittadini alla vita politica. Ma non è proprio così facile inventare nuovi canali di partecipazione politica rispettosi di alcuni principi base della democrazia, ovvero: pari opportunità, trasparenza ed efficacia dei meccanismi di controllo.
Proprio il sindaco di Firenze ci offre un ottimo esempio di tentata innovazione partecipativa con tanto di utilizzo di media digitali, che però non tiene affatto conto dei principi sopra citati.
Mi riferisco a quello che è successo di recente, appunto, a Firenze alla fine settembre con l’iniziativa “100 Piazze” . Quasi 8.000 persone si sono riunite contemporaneamente in locali, situati in diverse zone della città, attrezzati di schermi e collegamenti per scambiarsi fisicamente e virtualmente (grazie ovviamente a Internet) idee sul futuro della città. Si trattava di incontri dove, ognuno poteva esprimere le proprie idee sui problemi e sul futuro del proprio quartiere e della città. E a onor del vero non sono mancate le buone idee, così come le critiche e anche qualche solenne fesseria.
Ma qui ciò che conta – nell’utilizzo cioè dei media digitali per accrescere la partecipazione - non sono i contenuti, ma il metodo! La democrazia è innanzitutto una questione di principi che devono essere tradotti in un metodo condiviso.
Episodi di “partecipazione” senza garanzie del rispetto dei principi di cui abbiamo detto sopra, corrono il rischio di essere solo un annuncio ad effetto che ingenera illusioni o, peggio, percorsi che possono portare assai lontano dalla vera democrazia partecipativa!
A proposito delle “100 Piazze” (e vale per tutti i casi simili), basta porsi qualche domanda. Con quale sistema (ovvero in che ordine) gli interventi vengono immessi in rete? Come verranno trattate le idee espresse? Chi se ne farà garante? Con quali graduatorie? E chi e come stabilisce queste graduatorie? E i rappresentanti dei cittadini eletti nei Consigli comunali che ci stanno a fare? E i quartieri? E che rappresentatività hanno queste ottomila persone convocate quella sera (in fondo, per quanto piccina, Firenze conta circa 400 mila abitanti)?
Indubbiamente piace a tutti pensare che sia possibile una democrazia più diretta e più partecipativa grazie proprio alle tecnologie. E ci piace anche pensare alla possibile eliminazione di quelle strutture (e sovrastrutture) amministrative e burocratiche (e, conseguentemente, dei personaggi che le abitano) che non producono decisioni ne attività efficaci e che invece costano alla collettività.
Ma qui, per ora, siamo piuttosto nel terreno dell’anti politica senza programmi veri e senza metodi condivisi, ma con delle semplici uscite ad effetto.
La Democrazia - lo ricordo - è prima di tutto una questione di metodo. Altrimenti si corre verso nuovi tipi di regimi assembleari (che tipicamente sorgono nei periodi di malcontento) dai quali, generalmente, nascono nuovi capi o capetti assai poco versati nel dibattito democratico e poco interessati fare una politica di veri contenuti.
La politica che invece si annuncia nell’era della “superficialità” (quella dei Nuovi Barbari di Barrico), è quella dove a decidere le Leadership, invece della forza delle idee, saranno le capacità di vendita (come ha già ampiamente dimostrato il marketing berlusconiano) dei gadget politici. E noi, proprio come paventa il buon Lanier, corriamo il rischio di diventare, a nostra volta, sempre più dei semplici gadget …
Dvd

